Gin & Titonic

14/07/2008

Non credo servano commenti…


Foozoo Design Blog Widget 1.1

14/07/2008

Il widget per tenersi aggiornati su tutto quello che succede nel mondo del design.

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Uranio in abbondanza?

14/07/2008

 

L’uranio è un minerale molto diffuso sulla Terra, è presente nelle rocce in una percentuale di qualche grammo per tonnellata e si trova persino nell’acqua del mare, anche se con una concentrazione molto più bassa. Tutte le zone dove c’è una comprovata presenza di uranio vengono denominate Risorse Ragionevolmente Sicure (Reasonably Assured Resources, RAR). Queste risorse sono estratte ad un costo inferiore ai 40$. Una volta noti i giacimenti ragionevolmente sicuri, attraverso analisi corredate da opportune misure di radioattività, si possono individuare luoghi simili da un punto di vista geomorfologico che possono dare indicazioni su giacimenti simili a quelli sfruttati. Tali giacimenti si considerano stimati e fanno parte delleRisorse Addizionali Stimate (Estimated Additional Resources, EAR). Tali risorse aggiuntive sono classificate in due categorie: EAR-I ed EAR-II; le EAR II sono meno certe delle prime. Le risorse EAR sono estratte ad un costo che va dai 40$ agli 80$. Le risorse del tipo RAR e di tipo EAR-I sono quelle di sfruttamento più facile e sono disponibili in quantità che vanno da 3.500.000 t a 4.500.000 t, a seconda di quanto si è disposti a spendere per l’estrazione. Per le Risorse Addizionali Stimate del secondo gruppo (EAR-II) si stima un quantitativo di uranio di circa 16.000.000 di tonnellate. Esiste poi un’altra categoria chiamata delle Risorse Speculative (SR), che sono il frutto di una ulteriore estrapolazione delle caratteristiche geomorfologiche di terreni che potrebbero contenere uranio. Esse sono estratte a dei costi che vanno dagli 80$ ai 130$. Le Risorse Speculative comprendono anche l’uranio presente nei fosfati e si possono stimare in circa 22.000.000 di tonnellate di uranio. Se aggiungiamo anche l’uranio presente nelle acque degli oceani si arriva ad un quantitativo di uranio di circa 4 miliardi di tonnellate. Per quanto riguarda invece l’estrazione dell’uranio dall’acqua di mare, sono state effettuate ricerche in Giappone con esito incoraggiante: tuttavia, si tratta ancora di una tecnologia sperimentata solo su scala di laboratorio con costi estremamente alti, stimata intorno ai 300 $/kgU. Anche l’India ha iniziato la costruzione di un impianto pilota per l’estrazione (Bhabha Atomic Research Centre).

Nel grafico è ricapitolata la dislocazione geografica delle risorse di uranio (RAR ed EAR-I) per un totale di 3.537.000 tonnellate (fonte: http://www.eniscuola.net). Attualmente si sfruttano miniere in cui è presente con una concentrazione superiore al 2% e i maggiori paesi produttori sono Australia, Kazakistan e Canada (ricordiamo: paesi politicamente stabili), che da soli possiedono oltre il 50% delle riserve mondiale accertate.

Il consumo annuale di uranio da parte dei reattori nucleari attualmente in funzione è di poco più di 68.000 tonnellate all’anno e quindi, a questo ritmo di consumi, le riserve accertate basteranno per circa 65 anni. Questo considerando solo le riserve di tipo RAR e EAR-I e considerando gli impianti attualmente in funzione, con tecnologie e gestione del combustibile nucleare che spesso non prevede il ritrattamento delle scorie. Nel momento in cui verrà utilizzato il riprocessamento in modo più diffuso e soprattutto nel momento in cui si arriverà ai reattori di IV generazione, che producono più combustibile di quello che bruciano (autofertilizzanti), la disponibilità di uranio con gli stock annunciati passerà a 2.550 anni. (fonte:http://www.eniscuola.net)

Via ¦ YesLife


iPhone 3G da acquistare in USA: fine della leggenda metropolitana?

14/07/2008

L’iPhone in Italia costa troppo. Meglio comprarlo in Usa che si risparmia. Questa convinzione, rimbalzata di blog in blog, di forum in forum si è rafforzata di passaggio in passaggio divenendo per qualcuno una convinzione tanto solida e inscalfibile da essere paragonata ad una realtà scientifica quando invece, ben che vada, è una semplice opinione, da mettere alla prova di tutte le contorsioni necessarie per acquistare un iPhone americano, mal che vada una semplice leggenda metropolitana. Cominciamo dall’inizio. Ovvero dal prezzo di un iPhone americano. Il prezzo è di 299 dollari, previo un contratto. Senza contratto con At&T infatti non si acquista nulla. Per stipulare il contratto si deve avere una domiciliazione americana per la carta di credito (escluso l’acquisto in contanti) e firmare per due anni di servizio che costano 70 dollari al mese. A questo punto si deve convincere un amico o un conoscente che ha la possbilità di farlo a firmare per noi (ammesso che noi non abbiamo già una carta di credito valida) il contratto e fargli ben presente di segnarsi sul calendario la data di rescissione del contratto che deve essere obbligatoriamente entro il secondo mese di validità. Nel caso la rescissione avvenisse nel primo mese, infatti, si sarebbe obbligati a riportare il telefono dove l’abbiamo comprato, nel caso fosse nel secondo (o successivi) si pagherebbero altri 70 dollari. Una volta firmata la rescissione si dovranno pagare: 70 dollari del primo mese di servizio, 36$ di attivazione e 175 dollari di penale per la rescissione. Il totale, sommato del costo del telefono, fanno per la precisione 580$ cui si debbono sommare le tasse che, ipotizzando che il nostro amico abiti a New York sono dell’8,375%. Il totale del costo sono 628$, cioè circa 395 euro: 80 euro meno di quanto non costi l’iPhone in Italia al netto dell’Iva. Già, l’Iva… Perché, dovessimo pagarci l’Iva, come si dovrebbe se si volesse essere in regola con le norme fiscali, quei 395 euro dovrebbero diventare 475 euro, contro i 569 (Ivati) dell’iPhone italiano. E sempre parlando di fiscalità e dazio, andrebbero sommati del dazio doganale che sarebbe intorno al 5% del valore (una ventina di euro). Alla fine, avrete risparmiato, in un verso o nell’altro, una settantina di euro. Solo evadendo le tasse e trovando qualche amico compiacente che ve lo porti a mano o per qualche canale “grigio” potrebbero essere di più, in pratica 170 euro. Ma per arrivare a questo risultato quale sarà stato il percorso? Escludete quello più diretto; andare negli Usa per lavoro o per piacere ed entrare in un negozio At&T o Apple perché non lo potrete fare a meno, come accennato, di poter seguire in prima persona tutta la trafila di cui sopra. Dovrete quindi contare su un amico o su un parner “commerciale” negli Usa che facciano per voi tutte le pratiche e vista la complessità o si tratta di un amico davvero molto… amico, o dovrete pagare il giusto, diciamo almeno un centinaio di euro il disturbo. Alla fine, tra elusione fiscale e qualche contorsione per un risparmio di qualche decina di euro, potrete di avere il vostro iPhone e vivere tranquilli e felici? Non proprio. Il telefono che vi sarà stato consegnato è, infatti, sim-locked, ovvero bloccato sulla rete dell’operatore americano. Va quindi sbloccato per essere usato e qui già sorge una nuova difficoltà; al momento non esiste ancora alcun sistema per sbloccare i telefoni con sim lock, praticamente tutti (o quasi) quelli venduti al di fuori dal nostro paese, compresi gli Usa. Ci sono pochi dubbi sul fatto che un sistema di sblocco arriverà, ma anche quando ci sarà, assai probabilmente dovrete rincorrere futuri hack perché ad ogni aggiornamento del software il telefono tornerà allo stato originario. In alternativa potrete evitare di aggiornarlo e perdere future nuove funzioni. ”D’accordo – starete pensando – ma negli Usa esiste anche la possibilità di comprarsi un telefono con ricaricabile a “solo” 699$, 440 euro. Così risparmio 130 euro, senza troppi problemi”. Sbagliato. Prima di tutto il telefono con ricaricabile non esime dall’acquisto con carta di credito con domiciliazione americana. Secondariamente quel telefono che avrete acquistato risparmiando (sempre eludendo le tasse e le imposte doganali), sarà bloccato sulla rete operatore di AT&T e dovrà essere sbloccato. A conti fatti, sinceramente se fossimo cittadini USA e avessimo la possibilità di recuperare l’Iva come extra-comunitari, ci compreremmo un bel telefono sbloccato in Italia. Con iTunes e terminali funzionanti non si impiegherebbe più di un quarto d’ora e si avrebbe un telefono completamente sbloccato per sempre da usare con Verizon (non in 3G però) o un qualsiasi operatore ovunque al solo prezzo della sostituzione della scheda. Essendo italiani andremmo in un negozio Tim e Vodafone e compreremmo un telefono a 569 euro.

Via ¦ Macitynet


iPhone 3G ha l’autonomia della batteria migliore di tutti

14/07/2008

 

PcWorld ha pubblicato i dati sulla durata dell’autonomia dei principali smartphone in commercio: con una media di 5 ore e 38 minuti, iPhone 3G risulta il device con maggiore autonomia se utilizzato con connessione 3G. Secondo e terzo posto rispettivamente per l’autonomia del Samsung Instict (5 ore e 33 minuti) e dell’HTC Touch Dual (5 ore e 18 minuti), il primo dei quali utilizza il protocollo CDMA per le chiamate vocali e richiede perciò meno utilizzo della batteria. Apple, dal canto suo, attesta un’autonomia di conversazione fino a 5 ore per l’utilizzo su network 3G e fino a 10 ore per un utilizzo “canonico” in 2G.

Via ¦ Melablog


Orologio da polso in Pixel

14/07/2008

Ecco orologio da polso per veri geek; é in vendita dallo store online del MoMA di New York, la cui faccia principale è segmentata come fosse un’icona del computer, in modo da ricordare e mettere in evidenza i pixel che la compongono. Il costo? 75 dollari.


HealthMap, nuovo servizio di Google

14/07/2008

Dopo Google Map, arriva HealthMap un nuovo servizio interattivo disponibile su Internet che mostra la diffusione delle epidemie. Si tratta di una mappa interattiva, creata da Google e da un gruppo di ricercatori del Boston Children’s Hospital e dell’Università di Harvard. Il sistema è accessibile a tutti, è gratuito ed è stato descritto sulla prestigiosa rivista scientifica «opena access» Plos Medicine. HealthMap è stato creato con lo scopo di monitorare le emergenze e facilitarne la gestione. Il sistema raccoglie i dati da 14 fonti (che riassumono informazioni da più di 20 mila siti) ed è in contatto diretto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). La ricerca può essere effettuata per malattia, oppure per sintomo e aiutandosi con alcune parole chiave. Un software provvede anche ad eliminare automaticamente gli articoli con informazioni i ridondanti. «Il Web può giocare un ruolo molto importante nella scoperta di nuove epidemie o nel monitoraggio di quelle già in corso», ha detto John Brownstein, responsabile del progetto. «Molte informazioni utili – ha continuato – possono essere ricavate dalla rete grazie a siti governativi, ma anche forum e blog». Da un primo utilizzo è risultato evidente come la frequenza di dati riguardanti alcune malattie sia direttamente proporzionale a una situazione economica instabile. Si sta cercando ora di migliorare il sistema in termini di copertura geografica, che per il momento arriva solo a livello di regione e stato. Il motore, inoltre, monitora e organizza i dati in tempo reale anche in zone geografiche poco coperte dai sistemi sanitari locali. Sarà però necessario sviluppare contatti con persone residenti nei luoghi meno ‘nominatì in Rete, soprattutto in Africa e Sud America.

Via ¦ Corriere.it


Stella Artois si beve Budweiser

14/07/2008

 

Dal ‘matrimonio’ tra la belga Stella Artois e l’americana Budweiser nasce un nuovo colosso della birra, battezzato Anheuser-Busch Inbev, numero uno al mondo del settore. Dopo un braccio di ferro durato mesi, il cda di Anheuser-Busch (Budweiser) ha dato il via libera, spiega ilWall Street Journal, all’offerta da 70 dollari per azione avanzata da Inbev (Stella Artois). Un’operazione che vale 49,91 miliardi di dollari: si tratta della maggiore transazione da quando è scoppiata la crisi dei mutui subprime. Con l’ok del board della società americana termina una saga durata mesi: dopo l’iniziale no all’offerta da 65 dollari, Inbev ha tentato a più riprese di convincere Anheuser-Busch, ma senza successo. La svolta la scorsa settimana quando il produttore belga ha deciso di ritoccare al rialzo di 5 dollari la propria offerta, portandola a 70 dollari per azione. L’accordo raggiunto, che dovrà essere sottoposto agli azionisti, oltre a porre fine ai 150 anni di indipendenza di Anheuser, darà vita a un colosso con vendite nette pari a circa 36 miliardi di dollari l’anno. I due gruppi insieme controllano circa 300 marchi di birra, fra cui Budweiser, Bud Light, Stella Artois e Beck’s. I termini dell’intesa prevedono che a Anheuser-Busch, di cui il miliardario americano Warren Buffet è secondo azionista con circa il 5%, spettino due posti nel cda della nuova società. L’accordo, per gli analisti, è la prova di come l’appetito di alcune società non accenna a placarsi. Ma l’intesa testimonia anche come le banche, nonostante le perdite, sono ancora pronte ad aprire i propri rubinetti per aiutare l’unione di marchi forti. Per Inbev, comunque, l’operazione non è senza rischi. Anheuser-Busch trae la gran parte dei profitti dal mercato americano che cresce a ritmo lento e dove la concorrenza si è fatta di anno in anno più dura. Da quando Inbev ha avanzato la propria offerta i titoli Anheuser sono saliti del 26%, per chiudere venerdì in Borsa a 66,50% (+8,6% in una sola seduta).

Via ¦ Corriere.it


Università, ecco la classifica degli atenei migliori

14/07/2008

L’università italiana si mette in mostra e prova a competere. Non ancora sul terreno “brutale” dei soldi, perché l’appuntamento con gli incentivi alla qualità è sempre rimandato, mentre la manovra d’estate ripropone la musica tradizionale dei tagli percentuali. La gara però è già aperta su docenza, organizzazione della didattica e ricerca. Lo impongono i nuovi obblighi ministeriali sulla trasparenza e i «requisiti necessari»: per continuare a esistere, infatti, i corsi dovranno contare su un numero adeguato di docenti di ruolo (almeno 4 per anno di corso) e mostrare agli aspiranti studenti cosa possono offrire davvero, in fatto di successi occupazionali, risultati accademici degli studenti e curricula dei professori. Molti di questi fattori avrebbero dovuto trovare spazio nell’Anagrafe dei laureati, che il ministero però non ha ancora fatto partire (è prevista dal 2005). Queste pagine tastano il polso di tutti gli atenei italiani su alcuni punti-chiave della loro attività, che vanno dall’impegno nella ricerca agli aspetti più importanti della didattica e dell’organizzazione. Sono indicatori parziali, e le caratteristiche delle singole offerte formative influiscono sui risultati finali. L’ampliamento dei parametri rispetto alle indagini degli anni scorsi conferma però che le posizioni di testa sono una partita ristretta fra pochi atenei. Quest’anno a primeggiare è il Politecnico di Milano, che torna in testa dopo aver ceduto 12 mesi fa la palma all’Università di Modena e Reggio Emilia, oggi al terzo posto dietro a Trieste. Lontane dalla vetta le università più grandi, spinte in basso dai problemi classici delle megastrutture: Roma La Sapienza occupa il 50esimo posto, mentre la Federico II di Napoli e la Statale di Milano si piazzano rispettivamente al 31esimo e al 35esimo scalino. La tradizione disegna anche la graduatoria degli atenei non statali, dove la Bocconi di Milano non ha rivali fra le università con un’offerta formativa articolata. Il campus Biomedico di Roma ha ottenuto un punteggio complessivo leggermente più elevato, ma la particolarità della sua proposta, tutta concentrata sull’area medica, rende fuorviante il confronto. Molto buona comunque la performance, soprattutto in termini di peso del corpo docente e capacità di attrarre iscritti da altre Regioni. A spingere il Politecnico milanese in vetta alla classifica generale non è un singolo primato, ma i piazzamenti ottenuti con continuità in quasi tutti gli indicatori. Quelli relativi alla ricerca, soprattutto sulla capacità di attrarre finanziamenti esterni, non smentisce la fama dell’ateneo, che tuttavia non si allontana quasi mai dalle prime 10 posizioni nemmeno quando si parla di didattica. Merito anche dei suoi studenti, tra i più puntuali alla laurea (il 36% ottiene nei tempi il titolo di primo livello, contro una media italiana ferma 10 punti sotto), e tra i meno “rinunciatari” (il tasso di abbandoni al primo annoè dell’11%). Gli studenti più rapidi in assoluto, invece, si trovano in Bocconi, dove solo il 18% dei laureati ha ultimato gli studi in fuoricorso. Un ritardo che alla Jean Monnet di Bari o alla San Pio V di Roma colpisce invece quasi tutti. A determinare il voto delle facoltà, nell’impostazione disegnata dai decreti ministeriali, saranno anche altri fattori, come il successo occupazionale dei laureati. A vegliare sulla valutazione, dopo la bocciatura dell’Agenzia varata da Mussi, dovrà essere ancora il Comitato nazionale, che in questi anni ha costruito le banche dati ed elaborato i «requisiti necessari», all’inizio concentrati su docenza e strutture e oggi orientati anche alla promozione di informazioni trasparenti e certificate per rendere consapevoli le scelte degli studenti. Perché questo accada, però, serve una subito una correzione al decreto di proroga che, a causa dei ritardi nell’approvazione, nella versione attuale finisce per “congelare” un Comitato già scaduto.

Via ¦ Sole24Ore


I miti del “Black Power” litigano

14/07/2008

 

Un breve fuorionda con il reverendo Jesse Jackson che insulta pesantemente Barack Obama accusandolo di svendere la causa dei «fratelli» ha provocato una piccola tempesta. Scuse, sospetti, speculazioni politiche gonfiate dal vento insidioso di una campagna elettorale dove la questione razziale è sempre in agguato. Ma lo scontro non ha raggiunto la rabbia e il rancore di quello che oppone non da un giorno ma da quarant’anni due icone. Due simboli non solo per gli afro-americani, ma per milioni di giovani ribelli. Tommie Smith e John Carlos, i due atleti americani che salirono sul podio olimpico a Città del Messico, nell’estate del 1968, e salutarono la loro vittoria con il pugno chiuso proteso verso l’alto. Un gesto che avrebbe dovuto unirli in una sola cosa, come accadde per quanti ammirarono la scelta. E invece, scesi dal podio, le strade di Smith e Carlos si sono divise. In modo radicale. I due, malgrado abitino a pochi metri uno dall’altro nella parte sud di Los Angeles, non si parlano più da anni. Si scambiano messaggi e insulti a distanza, attraverso interviste e interventi. Hanno litigato di brutto e continuano a farlo. Un progetto di film è naufragato per le loro piccole/grandi beghe. Un documentario della Hbo è servito per regolare i conti rimasti aperti. Smith, che vinse i 200 metri, ha sostenuto che non avrebbero dovuto inserire Carlos nella «Hall of Fame», l’albo dei grandi dello sport perché «era arrivato solo terzo». L’altro, stizzito, gli ha risposto sostenendo di averlo lasciato vincere. Non si trovano neppure d’accordo su come arrivarono a concepire la sfida. I giornalisti che sono andati a trovarli in questi giorni di ricorrenze olimpiche in vista dei Giochi di Pechino li hanno trovati davvero arrabbiati, con comportamenti a tratti infantili e a tratti senili. Harry Edwards, il loro mentore alla San Jose State University, l’ateneo dove hanno studiato e si sono preparati, giudicando il loro comportamento non ha fatto sconti. Li ha paragonati a due veterani ubriachi che litigano sulle imprese passate. «Hai due vecchi seduti in un bar che sta per chiudere… e loro due discutono su come sono andate le cose. È una vergogna perché oscura ciò che hanno fatto», è il suo giudizio graffiante e duro. In realtà la faida è iniziata quando ancora erano freschi del successo, forse anche a causa della pressione subita una volta tornati in patria. Hanno subito minacce di ogni tipo, il Comitato Olimpico americano li ha espulsi, sono stati additati alla stregua di traditori. Ma loro non hanno arretrato di un millimetro. «Ho indossato il guanto nero sulla mano destra e Carlos quello sinistro dello stesso paio — aveva raccontato Smith in quei giorni tumultuosi —. Il mio pugno alzato voleva dire il potere dell’America nera. Quello di Carlos l’unità dell’America nera. Insieme abbiamo formato un arco di unità e forza». Un arco che si è spezzato, con le vite dei due profondamente segnate. La moglie di Carlos si è suicidata: una fine disperata che l’ex atleta attribuisce a quello che è avvenuto dopo i Giochi. Svanita la carriera sportiva, hanno trovato uno stipendio nell’insegnamento. Percorsi difficili che sicuramente hanno finito per allargare il solco che li divide. E con ostinazione hanno continuato a disputarsi il merito di chi avesse avuto l’idea del guanto di sfida. Smith sostiene che l’idea è sua in quanto era stata la moglie a portare un paio di guanti neri a Città del Messico. Non è vero, è la risposta di Carlos, sono stato io. Verità contrapposte affidate anche a due biografie, seguite da commenti malevoli e insulti reciproci. «Chi mi conosce sa bene che non avrei mai seguito un ordine di un altro», è la spiegazione di Carlos. Più volte hanno tentato di farli riavvicinare. Ma i pacieri si sono scontrati con un muro di ostilità profonda. Smith ha ribadito che i loro rapporti sono pessimi e non c’è margine per la riconciliazione. Stessa musica da parte di Carlos che quando parla dell’ex compagno lo chiama «Mister Smith». Coloro che hanno ancora negli occhi i due sul podio, si consolano guardando al passato e pensando al futuro. Tra cento anni, ha affermato Harry Edwards, la loro faida personale sarà nulla e conterà solo quello che hanno fatto.

Via ¦ Corriere.it