Web Development Project Estimator: calcolare tempo e costi per un progetto

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Web Development Project Estimator é uno strumento online che consente di calcolare il tempo ed il relativo costo di ogni singola operazione facente parte di un progetto e ricavare così il costo finale. Anziché utilizzare software quali Microsoft Project Manager o OmniPlan, WDPE é gratuito ed estremamente semplice: lo strumento consente anche di aggiungere tutte le “voci” mancanti. Una volta terminato di calcolare i costi é possibile stampare un resoconto in formato PDF.

via FeedMyApp

About Airport Parking: cosa ne pensi dei parcheggi aeroportuali?

immagine-225Ecco un servizio che sicuramente farebbe comodo a molti anche qui in Italia: AboutAirportParking. Purtroppo per ora gli aeroporti contemplati sono solo quelli statunitensi, britannici e australiani. E’ possibile registrarsi e dire la propria sulla qualità e la sicurezza dei parcheggi negli aeroporti. Comodo servizio per i viaggiatori che in questo modo si possono scambiare le opinioni e dare e/o ricevere consigli utili per i prossimi viaggi.

Euro, i due pesi e le due misure di Apple

 

Il valore del dollaro è molto diminuito negli ultimi anni. Oggi 1 dollaro si compera con 0,63 euro e Apple, già durante la primavera, ha cominciato a rivedere i listini nella valuta europea. Finalmente l’introduzione dell’App Store ha rimesso le cose a posto stabilendo un cambio più vicino alla realtà, tra stessi software venduti sul mercato USA in dollari e quelli per l’Italia/Europa in euro. Ciò che negli Stati Uniti costa 9,99 dollari qui da noi si paga 7,99 euro (benché la parità esatta sarebbe 6,30 euro), tasse comprese. Lo schema dei prezzi nelle diverse valute rispecchia esattamente le anticipazioni sull’App Store di una quarantina di giorni fa. Non è il massimo e non potrebbe esserlo mai vista la fluttuazione dei cambi, accontentiamoci. Ci dobbiamo però accontentare anche della situazione in iTunes Store? Nel negozio musicale di Apple nulla è cambiato, è stata persa l’occasione dell’introduzione del nuovo negozio di software per iPhone/iPod touch per modificare il fastidioso ricarico che gli europei pagano più degli statunitensi. Un album si compera su iTunes Store USA per 9,99 dollari (mediamente) e lo stesso su iTunes Store Italia costa 9,99 euro. Ebbene 9,99 euro equivalgono, al cambio più recente, a 15,86 dollari, quasi il 59% in più! Lo abbiamo verificato con titoli di diversi autori, nella tabella sottostante vi mostriamo album disponibili sia su iTunes Store USA che iTunes Store Italia, la cosa si verifica con tutte le etichette e non c’è differenza nella gran parte dei casi. Succede con UMG – Universal Music Group, con Sony BMG, con WMG – Warner Music Group, con EMI (che vende musica iTunes Plus) e con le indipendenti. Dovremmo essere anche confortati dalle parole di ieri notte del CFO di Apple, Peter Oppenheimer, che ha dichiarato: “il nostro approccio all’App Store è lo stesso dell’iTunes Store”. Invece non è esattamente così per l’azienda che guadagna il 42% del suo fatturato dai mercati internazionali. Apple vuole continuare a “spennare” i suoi clienti europei vendendo musica ad un costo del 59% maggiore o vorrà applicare prossimamente una più accettabile “parità”, come sta correttamente facendo nel neonato App Store?

UE: “Abbassare i costi degli SMS”

Dopo aver imposto l’anno scorso l’eurotariffa sul roaming via voce, oggi il commissario ai Media, Viviane Reding proporrà un tetto sul costo degli Sms da e verso gli altri Paesi europei. Secondo le indiscrezioni circolanti a Bruxelles, la Reding sarebbe intenzionato a tagliare il prezzo dei messaggi via cellulare all’attuale media di 29 centesimi a un prezzo massimo tra i 10 e i 12 centesimi (già indicato in passato come valore di riferimento), e in ogni caso nella fascia bassa della forchetta indicata dalla maggioranza dei membri dell’Erg, il gruppo dei regolatori europei, che aveva raccomandato un prezzo tra i 10 ed i 15 centesimi. I prezzi sono rimasti troppo alti, secondo la Commissione, anche dopo l’invito fatto agli operatori a diminuirli volontariamente entro il primo luglio. In Italia per esempio, secondo i dati dell’Esecutivo Ue, un utente paga in media 30 centesimi per un sms inviato all’estero rispetto ai 15 centesimi pagati all’interno dei confini. Per questo, la commissaria lancerà oggi l’idea di un regolamento che imponga alle compagnie di abbattere i prezzi, come già avvenuto con le telefonate all’estero. A settembre sarà poi presentata la proposta giuridica che riguarderà sms e dati. Poi entro i primi di ottobre il testo sará al vaglio di Consiglio ed Europarlamento, visto che in materia di Tlc vige il meccanismo di co-decisione. L’obiettivo è di tagliare il costo degli Sms all’estero del 70% entro l’estate del 2009, ovvero entro la fine della legislatura che scadrà nel giugno dell’anno prossimo. In questo modo, la Commissione avrà in mano un argomento europeista e di sicuro appeal sui consumatori in vista delle elezioni dell’anno prossimo (dopo il ritorno di immagine positivo già avuto con l’eurotariffa sul roaming voce l’anno scorso). E gli utenti potranno sperare di ricevere bollette meno salate nel corso delle vacanze estive dell’anno prossimo. La Reding intende affrontare anche il problema del data roaming, la navigazione su internet al di là della frontiera. Secondo Bruxelles, scaricare un megabyte costa in media 3,6 euro, e il mercato dimostra una discesa rispetto ai valori medi di 5,24 euro di alcuni mesi fa, ma restano ancora dei picchi tra gli 11 euro e i 16 euro per megabyte in alcuni Stati membri. In questo campo però l’azione Reding sarà indirizzata in prima battuta a misure che rafforzino la trasparenza delle tariffe e impediscano lo “shock da bolletta”. Come quello subito da un turista inglese in Portogallo che, per essersi scaricato un episodio del programma televisivo Prison Break e alcuni files musicali, si è visto recapitare un salatissimo conto di 31.500 sterline, ovvero quasi 40mila euro.

Via ¦ Sole24Ore

I costi dell’iPhone 3G in tutti e 21 i paesi

 

Si protesta molto in Italia per i prezzi dell’iPhone 3G. Se è facile valutare cari i 500 e 570 euro chiesti (sia da TIM che Vodafone) per i due modelli della versione pre-pagata e sbloccata, lo è meno districarsi dai complessi piani tariffari offerti nei contratti da abbinamento all’iPhone 3G. Poiché i 27 operatori telefonici di 21 nazioni che sono stati coinvolti da oggi nell’offerta commerciale dell’iPhone 3G non hanno alcun piano omologabile e comparabile, per poterli confrontare, abbiamo scelto di considerare l’abbonamento meno costoso e con il minor numero di mesi obbligatori, ma con almeno un po’ di traffico Internet compreso dell’uso. Tutto il resto varia molto. Sul traffico telefonico mensile c’è chi offre un certo quantitativo di minuti voce e messaggi, chi offre un credito, chi applica tariffazione a consumo, chi obbliga ad un minimo di spesa, etc. A ruota libera, ognuno ha scelto una strada diversa e purtroppo è impossibile mettere le offerte telefoniche sullo stesso piano. E’ confrontabile solo il dato che più caratterizza la rivoluzione dell’iPhone 3G, la possibilità di accedere a Internet su rete UMTS/HSDPA. Steve Jobs lo ha pensato come uno smartphone senza limitazioni e questo ha ottenuto dal carrier AT&T/USA, per gli altri non ci si è voluti impegnare altrettanto nelle trattative, ecco i risultati. L’ultimo ad aver annunciato prezzi dell’iPhone 3G e contratti mensili è stato ieri l’operatore di telefonia cellulare Movistar/Spagna, ora possiamo quindi completare il quadro con tutti i dati. Come vedete dalla tabella sottostante (cliccandola s’ingrandirà) il più costoso in assoluto tra gli abbonamenti minimi con iPhone 3G da 8 GB è quello di Vodafone/Italia, il cliente non pagherà meno di 1.615 euro in 24 mesi ed avrà a disposizione 600 MB di traffico dati mensile. Il carrier meno costoso in assoluto è Swisscom/Svizzera con una spesa non inferiore a 539 euro dopo 24 mesi e con un utilizzo di 100 MB mensili. E’ però anche l’unico che non comprende telefonate e SMS, tutti da pagare a parte. Chi offre il minor traffico internet (dimostrando di avere le idee confuse sull’iPhone 3G) è Telstra/Australia che mette a disposizione 5 ridicoli MB ogni 30 giorni. Dopo 2 anni con loro non si borsano meno di 682 euro. Gli unici operatori telefonici che offrono il traffico Internet illimitato (seppur regolato dal “fair use”) sono SoftBank/Giappone e O2/Gran Bretagna, oltre al già citato AT&T/USA. In questo caso risulta “vincente” la scelta del carrier britannico che opta per un abbonamento minimo di 18 mesi, la spesa si assesta a non meno di 808 euro. Invece negli Stati Uniti il costo minimo è di 1.292 euro ed in Giappone di 1.320 euro, per tutti e due dopo 24 mesi. Va precisato che T-Mobile/Germania, T-Mobile/Olanda e Movistar/Spagna non impediscono di sorpassare i rispettivi plafond di traffico dati (300 MB, 250 MB e 200 MB) ma oltre il livello la velocità si riduce, senza pagamenti extra. Al massimo 64 Kbps in download e 16 Kbps in upload per la Germania, 128 Kbps in download e 32 Kbps in upload per l’Olanda e 128 Kbps in download e 64 Kbps in upload per la Spagna. Il massimo raggiungibile dall’iPhone 3G è 3,6 Gbps. E’ particolare il caso di Rogers Wireless/Canada che richiede un abbonamento di almeno36 mesi e comunque offre banda Internet limitata a 400 MB, per un costo non inferiore a 1.514 euro. Movistar/Belgio è l’unico operatore che, obbligato da leggi locali, non può legare contratto e telefono. Così facendo il prezzo dell’iPhone 3G sbloccato sommato al piano tariffario minimo raggiunge una spesa non inferiore a 1.249 euro. Eppure c’è TIM/Italia che riesce a fare peggio, anche se lo smartphone è legato al contratto. Il maggior carrier italiano, dopo 2 anni, farà pagare al cliente non meno di 1.389 euro ed il traffico dati in questo caso raggiunge 1 GB al mese. Il carrier che meno lega il cliente all’uso della sua rete è Telia/Danimarca, con un abbonamento di soli 6 mesi. La banda dati mensile si ferma a 300 MB ma il costo complessivo è di 670 euro. C’è un certo affollamento per la scelta del traffico web fissato a 100 MB (Optimus/Portogallo, Sonera/Finlandia, Telcel/Messico, Telia/Svezia, NetCom/Norvegia, Optus/Australia e Swisscom/Svizzera), ritenuto evidentemente la miglior scelta per un dispositivo innovativo come l’iPhone 3G. Un caso a parte è 3/Hong Kong, se è vero che “in medio stat virtus”, allora l’offerta di 500 MB mensili ed il prezzo minimo di 599 euro dopo 24 mesi sembra equilibrato. Tuttavia questo operatore (che si appresta a sbarcare tra qualche mese anche in Italia) non ha hotspot Wi-Fi da usare gratuitamente nella piccola area di Hong Kong. Altri non forniscono gratuitamente l’accesso Wi-Fi degli hotspot commerciali: Vodafone/Australia, One/Austria, Mobistar/Belgio, Vodafone/Italia, Telcel/Messico, Vodafone/Nuova Zelanda, Optimus/Portogallo e Vodafone/Portogallo). La Visual Voicemail non è funzionante con: Optus/Australia, Telstra/Australia, Vodafone/Australia, One/Austria, Mobistar/Belgio, Telia/Danimarca, Sonera/Finlandia, 3/Hong Kong, O2/Irlanda, TIM/Italia, Vodafone/Italia, NetCom/Norvegia, Vodafone/Nuova Zelanda, Optimus/portogallo, Vodafone/Portogallo, Telia/Svezia e Orange/Svizzera. SoftBank/Giappone chiede invece il pagamento a parte di 1,85 euro al mese per poter godere dell’innovativa segreteria.
Via ¦ Setteb

Energia Nucleare: Bene o Male

Puntata #1: Il nucleare è economico?

L’Università Mit di Boston ha effettuato uno studio, che indica che il costo attuale di un kWh nucleare è di circa 6,7 centesimi di dollaro, contro i 4,2 del carbone e i 3,8 del gas naturale. 
Da uno studio effettuato dall’Università di Pisa emerge invece che il costo del nucleare è di 3 centesimi di dollaro al kWh, quindi più basso di tutte le altre fonti energetiche (rinnovabili e non rinnovabili). 
In linea di massima il costo del nucleare si suddivide nelle seguenti voci: 
– 53% costo di investimento 
– 28% costo del ciclo di combustibile (di cui circa il 6% dovuto all’acquisto dell’uranio vero e proprio) 
– 17% costo di esercizio e manutenzione 
– 2% costo dello smantellamento e recupero del sito

Un aspetto interessante che emerge da questi numeri è che l’uranio incide in maniera limitata sul costo finale dell’energia nucleare (solo il 6%). Questo significa che, anche un raddoppio del prezzo del combustibile, peraltro improbabile data la provenienza dello stesso da diverse parti del mondo (per lo più aree politicamente stabili, come Australia, Kazakistan e Canada), non inciderebbe in modo significativo sul prezzo dell’energia prodotta; pensate che una triplicazione del prezzo dell’uranio porterebbe il costo del kWh nucleare ad un aumento solo del 16%! Questa situazione è decisamente differente da quella del petrolio, il cui prezzo è in costante ed esorbitante crescita. Ormai ha superato la soglia dei 140$ al barile, e pensate che dieci anni fa eravamo a 12$ al barile! Fatto questo sicuramente molto penalizzante per il nostro Paese, poiché l’Italia dipende all’85% dalle importazioni dall’estero, e in media il prezzo dell’energia elettrica è ben più elevato rispetto alla media europea, proprio a causa di un eccessivo sbilanciamento verso i combustibili più costosi in assoluto e passibili di pericolosi rialzi (petrolio e gas naturale). L’uranio, invece, viene oggi estratto da giacimenti molto concentrati a 20 $/kg. Le riserve così accertate ammontano a circa 5 milioni di tonnellate (anche qui, c’è chi parla di 3 tonnellate e c’è chi parla di 10!); se si arrivasse ad estrarre uranio dal mare (dove ci sono 20 miliardi di tonnellate di uranio) potremmo arrivare a dei costi intorno ai 300 $/kg (si stanno facendo delle ricerche in questo senso in Giappone), ma anche in questo ipotetico caso pensate che il prezzo resterebbe paragonabile a quello delle fonti fossili.

Ultimo punto, ragioniamo sul costo al kWh delle fonti rinnovabili . Ecco qui a sopra lo studio commissionato da APER sui costi di generazione elettrica delle singole fonti rinnovabili. Ed ecco che emerge che tutte le fonti rinnovabili costano molto di più del nucleare (sia prendendo come base i dati del Mit sia quelli dell’Università di Pisa). Concludendo: gli studi danno dati discordanti, ma partono da presupposti e ipotesi differenti (quindi difficilmente comparabili). Entrambe le ricerche prese in considerazione indicano chiaramente che i calcoli sono plausibili, ma non effettivamente provati. Un’analisi precisa dei costi dovrebbe considerare molte variabili, tra cui il fattore temporale (non bisognerebbe considerare solo il presente ma anche i miglioramenti delle tecnologie future), oppure gli eventuali costi necessari per contenere entro limiti accettabili l’impatto ambientale di una fonte energetica. Nel mix dei costi dell’energia nucleare, l’uranio incide solo per una minima percentuale, il che significa che anche un forte aumento del costo della materia prima (per qualsiasi motivo geografico-politico) non provocherebbe un innalzamento significativo del costo finale dell’energia. …E ricordiamo che l’uranio è presente in aree politicamente stabili. Si sente spesso la frase che “per svilupparsi il nucleare ha bisogno di aiuti e sovvenzioni”. Vero. Ma attenzione, una frase del genere non significa che sia l’unica fonte di energia che necessiti di contributi statali. Dobbiamo infatti sottolineare che anche le opere eoliche e solari sono attualmente soggette a sovvenzioni dello stato. Ad oggi non esistono conti economici positivi, nè per il nucleare, nè per il solare, nè per l’eolico, a meno di contributi statali. Le fonti rinnovabili costano molto di più dell’energia nucleare. Certo, sono fonti rinnovabili, disponibili a tutti in grandi quantità, quindi devono assolutamente essere sviluppate e incentivate, ma, ad oggi, restano ancora quelle più costose, e non sarebbero in grado di sostituire le fonti fossili.

Via ¦ YesLife

Speciale vacanze: parti sicuro e spendi di meno

Ecco un post per tutti i vacanzieri in procinto di lasciare le grandi città. Come preparare al meglio viaggio e soggiorno nell’attuale situazione di rincari e difficoltà economiche. Dai documenti e numeri utili oltrefrontiera alla scelta dei voli low cost, dagli appuntamenti culturali dell’estate alle mete alternative, dalla scelta fra hotel e agriturismo ai distributori di benzina più vantaggiosi. Sul Sole 24 Ore Lunedì e online le istruzioni per l’uso sulle prossime vacanze.

Via ¦ Sole24Ore

Biofuels, la Banca Mondiale accusa

I biocarburanti hanno provocato un’impennata fino al 75% dei prezzi alimentari mondiali. La cifra, ben più elevata di quella inizialmente stimata, è stata resa nota dal quotidiano inglese The Guardian, ed è contenuta in un rapporto riservato della Banca Mondiale. Il dato riportato dal Guardian, che cita fonti di “alto livello”, contraddice le affermazioni del governo Usa, che ha sempre sostenuto che la produzione di biocarburanti è all’origine di meno del 3% degli incrementi dei prezzi. Il giornale britannico, invece, sostiene che il rapporto della Banca Mondiale non è stato reso pubblico proprio per evitare di irritare il presidente americano George Bush. Secondo il rapporto citato dal quotidiano, le politiche di incentivo dei biocarburanti hanno causato una diminuzione degli stock mondiali di grano e mais ad uso alimentare, senza il quale gli incrementi dei costi dovuti ad altri fattori sarebbero stati stati molto più contenuti. Nello studio della Banca Mondiale i prezzi sotto esame sono cresciuti del 120% tra il 2002 e il febbraio 2008. Secondo il rapporto, scrive il Guardian, “la produzione dei biocarburanti ha distorto i mercati alimentari almeno in tre modi: in primo luogo deviando l’utilizzo dei cereali dall’alimentazione ai carburanti con oltre un terzo del granturco statunitense destinato alla distillazione di etanolo e circa la metà degli olii vegetali dell’Ue diretti alla produzione di biodiesel”. “In secondo luogo, gli agricoltori sono stati indotti a dedicare parte dei propri campi alla produzione di biocombustibili e, in terzo luogo – conclude il quotidiano britannico – tutto questo ha portato la speculazione finanziaria a concentrarsi sul mercato dei cereali, facendo decollare i prezzi”. La notizia è stata pubblicata a pochi giorni dall’avvio del G8 che si aprirà lunedì prossimo a Hokkaido. Anche a Bruxelles la discussione è molto accesa, tanto che in agenda domina proprio la questione dei prezzi. La stessa Commissione Europea, finita sul banco degli imputati per aver fissato come obiettivo per il 2020 la quota di carburanti di origine vegetale al 10%, nelle ultime settimane ha cercato di correggere il tiro, chiarendo che quando parla di biocombustibili si riferisce solo a quelli “sostenibili” (guarda la fotoclassifica redatta dall’Università di Bologna per l’Italia). E nelle stesse ore arriva la denuncia della Fao: a seguito dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari soffrono la fame oltre 50 milioni di persone in più rispetto al 2007.

 

Via ¦ Repubblica.it

Petrolio, previsioni a 250 dollari

Il prezzo del barile di petrolio arriverà «presto» a 250 dollari, contro i 146 attuali. La previsione del numero uno del colosso del gas russo Gazprom, Aleksei Miller, è solo una delle tante che si susseguono in questi giorni. Il New Scientist parte da qui per lanciare un altro allarme: cosa succederebbe se venissero bloccati i circuiti mondiali attraverso cui viene distribuito il petrolio? La risposta la dà qualche riga dopo. Basta un attentato terroristico, una calamità naturale o disordini locali. I prezzi si impennano. I rifornimenti scarseggiano. E l’economia mondiale ne risente. Il motivo è presto spiegato. Oggi la maggior parte del petrolio arriva da sette Paesi: Arabia Saudita, Russia, Stati Uniti, Iran, Cina, Messico e Canada, le tratte navali, gli stretti strategici, i principali Paesi produttori e consumatori). I giacimenti petroliferi in grado di produrre 1 milione di barili al giorno sono solo quattro. Fino a venti anni fa erano 15. Alcuni geologi prevedono che il «picco» del petrolio, ovvero il momento di massima produzione che precede il declino, sia ormai vicino. Una cosa è certa – continua New Scientist- se fino a qualche anno fa un guasto a una delle reti di distribuzione sarebbe stato facilmente risolto con un aumento di produzione, oggi le riserve in caso di emergenza non sarebbero sufficienti, se non per brevi periodi. Il petrolio viaggia nel mondo attraverso gli oleodotti sotterranei o via mare, con le navi cisterna. Diversi studi americani citati dalla rivista fotografano i problemi che potrebbe causare un attacco terroristico, una calamità naturale o i disordini locali contro una delle vene distributive principali. Sarebbe innanzitutto un problema di natura energetica: il Pianeta dipende dal petrolio. E il suo consumo, avverte l’Aie (Agenzia internazionale dell’energia) è in crescita. Ma non solo: plastica, giocattoli, borse, computer, «non c’è un prodotto o servizio sulla Terra che non sia collegato al petrolio – dice Cutler Cleveland, direttore del centro di studi energetico-ambientali all’università di Boston -. Gran parte della crescita economica e della popolazione del ventesimo secolo sono legate a una grossa disponibilità di petrolio». Per questo non sarebbe “solo” un problema energetico. Sarebbe un dramma per l’economia mondiale. E le possibili soluzioni appaiono ancora lontane e onerose.

 

Via ¦ Sole24Ore

Otto tariffe per l’iPhone in Italia

Prima la guerra per aggiudicarsi l’iPhone, con un corteggiamento iniziato da Tim e proseguito da Vodafone. Poi la pace improvvisa, perché sicuri di potersi spartire un mercato sufficientemente ricco per ciascuno, sbaragliata la concorrenza di Wind e H3G, almeno per ora. Infine, a carte scoperte, la complementarietà, perché dove non arriva uno c’è l’altro. E non c’è storia: qualche euro in meno qui e qualche Megabyte in più di là e il gioco dell’iPhone è fatto, costi alla mano, anche se non ancora ufficiali. A guardare i piani tariffari italiani del melafonino, che il Sole 24 Ore è in grado di anticipare (si veda la tabella qui a fianco) – nonostante il consueto no comment delle aziende, chiuse nel più totale silenzio imposto dalla Apple – si ha l’impressione che i due operatori abbiano lavorato su margini risicati per differenziarsi l’uno dall’altro. Le diversità, ovviamente, ci sono, ma sembrano più di approccio che di portafoglio. Tutte le proposte hanno in comune il vincolo biennale per gli utenti.

L’offerta di Tim è più articolata e propone cinque piani contro i tre di Vodafone. Per il gruppo guidato da Franco Bernabè, l’abbonamento mensile dal quale si parte è 30 euro, contro i 59 euro dell’azienda che fa capo in Italia a Paolo Bertoluzzo. E in questo segmento Tim pare spuntarla, anche se sarà il mercato a dire l’ultima parola: perché se è vero che non c’è traffico voce incluso nell’offerta Telecom, ma un piano da 15 centesimi al minuto, il traffico Internet disponibile è di 1 Gb, contro i 600 Megabyte di Vodafone. Tutto, ovviamente, a parità di costo del cellulare: 199 nella versione da 8 Gigabyte e 269 in quella da 16. Tim punta quindi con la sua offerta iniziale, che dovrebbe chiamarsi Starter, ad accaparrarsi una clientela più giovane, almeno su questo segmento di prezzo. Vodafone dice la sua con maggior convinzione nel piano con un canone mensile di 79 euro, contro gli 80 di Tim, anche se qui si è già sconfinati in business class. Bertoluzzo vince sul prezzo del telefonino, che nella versione con la memoria da 8 Gb costerebbe “solo” 99 euro, contro i 149 euro del rivale, che però dà il solito Giga di traffico web incluso, 600 minuti di voce, contro i 600 mega di internet ancora di Vodafone e 250 minuti di chiamate comprese (ma quelle verso i 347, 348 e 349 sono illimitate). Entrambi gli operatori non dovrebbero prevedere lo scatto alla risposta per nessun piano, anche se non c’è ancora la certezza sull’offerta Starter di Telecom Italia. Completamente dedicato alle aziende il piano Tim da 200 euro mensili: in questo caso l’iPhone non costa nulla e il traffico Internet è da 5 Gigabyte. Tornando invece all’offerta più orientata ai giovani, secondo quanto si apprende Vodafone offrirà un’opzione di traffico incluso anche a chi ha comprato il telefonino Apple senza abbonamento e ha la sua ricaricabile: con 3 euro alla settimana si acquistano 150 Mb di navigazione su internet. Ora la palla passa ai consumatori.

 

Via ¦ Sole24Ore